I problemi dell’acquedotto dell’Arzino non finiscono mai

I problemi dell’acquedotto dell’Arzino non finiscono mai

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I danni che vediamo devono essere una occasione per riparlarne

Pensando alle vicissitudini dell’acquedotto dell’Arzino, a buona ragione si può citare il vecchio detto “Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi” per l’incessante serie di fatti e misfatti che ne hanno accompagnato la progettazione, la realizzazione e la messa in funzione e sulla quale non farebbe male che si facesse una qualche riflessione presto o tardi per capire perché parte della popolazione della pedemontana occidentale si è trovata ad essere rifornita d’acqua con le autobotti.

Non si può dimenticare infatti che a suo tempo quest’opera aveva tutti i requisiti per non essere nemmeno realizzata.

Ma i problemi sui quali vale la pena riflettere a questo punto sono altri e sono da affrontare per evitare di incorrere in errori già visti. Sono legati alla sicurezza del servizio e a ragioni di opportunità. 

È stato detto da più parti che la colpa è del maltempo, che si è trattato di una precipitazione eccezionale, che siamo davanti ad eventi straordinari mai visti prima. Il ritornello insomma è quello solito e in genere funziona bene per nascondere cause reali e responsabilità su quanto sta succedendo o magari anche per sollecitare l’esecuzione di qualche opera che, senza allarmismo ed urgenze, avrebbe zero possibilità di essere autorizzata. Il rischio ovviamente è quello di aggiungere danno a danno in un territorio che, come altri d’altronde, fa fatica a risollevarsi.

Ci si chiede perché si continui a rischiare sulla sicurezza dell’approvvigionamento idrico di una parte di territorio del Friuli occidentale contando su una infrastruttura che ha sempre manifestato problemi. Visti i precedenti ed escluso che si possa pensare di sottrarre ulteriore acqua al torrente Arzino, visto lo stato in cui versa nei periodi siccitosi, la domanda non è campata in aria.

Anche la proposta di immettere nella rete di distribuzione fonti di approvvigionamento alternative, lontane dalla prima in modo da supplire a momentanee interruzioni dell’approvvigionamento, è anch’essa sensata. Bisogna fare i conti con questi eventi atmosferici legati all’aumento delle temperature che paiono sempre più probabili ma anche poco prevedibili.

Un’altra possibilità, forse più coerente con una politica attiva per le aree montane e pedemontani della regione, è quella di ripristinare i vecchi acquedotti, alcuni dei quali ancora perfettamente funzionanti, in modo che le amministrazioni vengano messe nelle condizioni di provvedere direttamente alla gestione in proprio e in sicurezza, alla cura della risorsa e alla manutenzione dell’infrastruttura con il sostegno e l’organizzazione delle comunità.

I comuni di Vito d’Asio, Pinzano, Castelnovo non sono rimasti senz’acqua. Per lungimiranza o semplicemente per accortezza hanno scelto di avvalersi dei vecchi acquedotti con il risultato che non hanno subito o hanno fortemente limitato l’interruzione del servizio. Il comune di Forgaria, come altri comuni, stanno pensando di fare altrettanto.

Le conseguenze, lungi dal rappresentare un costo insostenibile ed un impegno smisurato per la carenza di competenze specialistiche, sarebbero niente meno che una premessa per l’avvio del green new deal di fondamentale importanza per queste aree che si trovano tra le mani indiscutibili potenzialità ambientali.

La ripresa in carico della gestione di servizi primari, in particolare se legati allo sfruttamento e al consumo dell’acqua sta diventando ogni giorno più strategico per le amministrazioni pubbliche locali e fattore dirimente per qualsiasi politica che si ponga l’obiettivo di rigenerare i territori attraverso azioni finalizzate al miglioramento della resilienza ambientale e sociale.

Le vicende dell’acquedotto dell’Arzino pongono anch’esse quindi un problema di governance che non può fare a meno di trasparenza e confronto tra le parti, il tutto nell’ottica di una gestione attenta delle fonti di approvvigionamento e delle loro interazioni con l’ambiente, avendo quale riferimento la Direttiva quadro sulle acque 2000/60/CE ma potendosi prefiggere di fare anche meglio nel bilanciamento degli interessi in campo. Il gioco a perdere, danno dopo danno sia all’ambiente che alla collettività, va interrotto prima che questa ricchezza finisca “inevitabilmente” a generare dividendi per qualche municipalizzata di Milano o Bologna.

La strada non è difficile da individuare ed è possibile percorrerla assieme aumentando il valore del territorio e la qualità dei servizi per i suoi abitanti, senza prevaricazioni ed evitando di spostare in avanti i costi ambientali a sicuro svantaggio delle future generazioni.

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