La strage di pesci nell’Isonzo

La strage di pesci nell’Isonzo nel giorno internazionale dell’acqua ci sbatte in faccia la gravità della crisi climatica e ambientale che stiamo vivendo. L’immane quantità di pesci morti e le dimensioni raggiunte da molti individui (carpe di oltre un metro di lunghezza) ci fa capire che il tratto dell’Isonzo dalla passerella di Gradisca al ponte di Sagrado non rimaneva in secca da chissà quanti anni, anzi forse quel tratto non era mai rimasto in secca.

Una comunità acquatica abbondante e diversificata viveva in quel luogo: accanto a molte specie alloctone, come pesci siluro e nasi, sono stati trovati agonizzanti anguille, barbi comuni (specie protetta), cavedani, trote marmorate (specie protetta), tinche, sanguinerole, cobiti, gamberi di fiume (specie protetta), gasteropodi, larve di perla e chissà quante altre specie. Ci vorranno molti anni per ricostituirla.

Il comitato “Salviamo l’Isonzo”, di cui Legambiente è parte attiva, già nel 2015 aveva avviato una petizione che aveva raccolto oltre un migliaio di firme per la salvaguardia del nostro amato fiume. E nel 2017 si era fatto promotore di una petizione europea che chiedeva la stesura di un piano di gestione transfrontaliero dell’Isonzo e la riduzione dei prelievi di acqua durante i periodi di magra. La commissione europea ci aveva risposto di aver più volte sollecitato i governi italiano e sloveno in tal senso. Così ci siamo fatti promotori di un’interrogazione parlamentare al ministero dell’ambiente informando contestualmente gli organi istituzionali della nostra Regione. È scontato dire che nessuno ci ha risposto e nulla è stato fatto da allora. Le associazioni ambientaliste non sono nemmeno state coinvolte nelle riunioni dell’esistente commissione mista italo-slovena per la gestione dell’Isonzo, che si dovrebbe occupare proprio di questi temi, né sono mai stati resi pubblici i verbali delle riunioni come più volte richiesto.

A questo punto è fondamentale capire innanzitutto le cause della grave mancanza d’acqua. Qual è la portata che viene rilasciata in questi giorni dalla diga di Salcano? Sono stati fatti dei prelievi idrici in Slovenia? Ma le cause probabilmente non sono esclusivamente a carico della Slovenia. Sappiamo che pochissimi giorni fa è stato messo in funzione il sistema di irrigazione dell’agro cormonese-gradiscano che ha la presa in un canale di derivazione poco più a monte. Inoltre l’acqua scorre abbondante nel canale della nuova torcitura, parallelo al tratto che è finito in secca. Possono avere influito sulla mancanza di deflusso minimo vitale (oggi definito deflusso ecologico) nell’Isonzo? A queste possibili cause antropiche dirette, ci sono delle cause antropiche indirette, ovvero la perdurante siccità che sta affliggendo il nord Italia. La siccità invernale è seguita ad un autunno poco piovoso e a una estate lunga e secca. Già in settembre le portate dell’Isonzo erano ai minimi termini e la poca neve caduta in montagna si è in gran parte  già sciolta. Cosa ci aspetterà dunque la prossima estate?

L’emergenza idrica ci mette di fronte a scelte fondamentali. L’acqua dei fiumi (così come l’acqua potabile) fino a che punto può essere definita fonte rinnovabile? Continuiamo con lo stesso modello di sviluppo che prevede lo sfruttamento delle risorse naturali fino a quando sono completamente esaurite, cui seguirà inevitabilmente una grave crisi ambientale e economica? La costruzione della diga di rifasamento può essere la soluzione, se proprio l’eccessivo numero di infrastrutture per lo sfruttamento delle sue acque sono parte del problema? Non è che una nuova diga sarebbe come curare un diabetico portandolo in una pasticceria? Oppure iniziamo a ragionare su un modello di sviluppo sostenibile che prevede ad esempio la produzione di energia idroelettrica solo quando le portate dell’Isonzo lo permettono e la coltivazione di colture che necessitano di un minore apporto idrico? Ora è il momento di scegliere (e ricordiamo anche chi promette cosa quando andremo a votare).

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