Pietratagliata: una manifestazione riuscita

Pietratagliata: una manifestazione riuscita

“Un ragazzo si avvicina al fiume, in una calda giornata d’estate ma non ode più il suono ritmico dell’acqua che schiva o rimbalza sulle pietre arrotondate”.

Si è svolta domenica 5 luglio la manifestazione promossa dalle associazioni e comitati per la tutela del Fella affinchè il fiume possa continuare a scorrere libero nell’omonima valle. Manifestazione riuscita con più di 70 persone. Sono intervenuti molti in rappresentanza di associazioni e comitati: Dario ed Elisa di Free Rivers, il vicesindaco di Resia, Ira del Comitato PAS, Luca del comitato del Comitato per la tutela delle acque del bacino montano del Tagliamento, Marco del CEVI, i Consiglieri regionali Boschetti, Mazzolini e Moretuzzo e altri ancora.

Marco e Sandro di Legambiente hanno ripercorso le vicende storiche accadute sul Fella in ordine ai progetti di derivazione e riportato in sintesi queste considerazioni e proposte:

  1. Gli ultimi corsi d’acqua montani ancora liberi vanno salvaguardati. La riduzione della nevosità, l’aumento delle temperature e dell’evapotraspirazione, la riduzione delle precipitazioni estive, unitamente alla sottrazione d’acqua negli alvei, non possono che determinare un progressivo degrado del loro stato ecologico.
  2. Stiamo marciando in direzione contraria al raggiungimento degli obiettivi di qualità definiti dalla direttiva acque? Sì, in alcuni casi. Il Fella, ad esempio, ha uno stato ecologico appena sufficiente. Cambiamento climatico e sottrazione d’acqua, magari con centraline a cascata, allontanano l’obiettivo di qualità “buono” posto al 2027. L’acqua è sì energia, ma è anche vita plurale e servizi ecosistemici. Costruzione di paesaggi e di culture, un tempo, coevolutive.
  3. Siamo contro le rinnovabili? Evidentemente no. Ma in Regione abbiamo una condizione di conclamato sovrasfruttamento della risorsa “acqua in movimento”. Lo sappiamo! Miglioramenti si possono attuare solo con l’efficienza degli impianti esistenti o intervenendo su condotte artificiali e delimitando gli spazi di intervento residuo secondo determinati criteri (es. mantenimento del valore ambientale) e priorità (es. massimizzando i benefici per le comunità). Bisogna affrontare la crisi climatica con l’efficienza, il risparmio, l’innovazione tecnologica, tanto solare, sostenibilità nel governo delle risorse, nei processi produttivi e negli stili di vita.
  4. La centralina in costruzione, dal nostro punto di vista, non ha le autorizzazioni necessarie per operare. L’iter è stato avviato 8 anni fa. L’impresa ha fatto tutto da sola, lasciando scadere le autorizzazioni in essere: la pubblica utilità e l’autorizzazione unica. Ha ecceduto in arroganza immaginando la costruzione della cabina di trasformazione primaria sul terreno del Consorzio Vicinale di San Leopoldo, che, ricorrendo al TAR contro l’esproprio, ha acceso i riflettori sul caso. L’azienda continua ad operare, sono in corso indagini e verifiche amministrative.
  5. Allargando lo sguardo, cosa chiediamo alla regione:
    a) bloccare il cantiere, come accennato sopra, in attesa degli esiti delle verifiche in corso. Nell’interesse di tutti. Più i generale
    b) fare il punto delle concessioni in essere e una moratoria di ulteriori concessioni fino alla definizione di nuove regole, linee di pianificazione strategica (es. dove non si può intervenire, perché contrasta con gli obiettivi di qualità) e di riassetto organizzativo del servizio interno
    c) con riferimento a quest’ultimo, costituire un nucleo tecnico operativo per il rilievo dei dati sulle portate, valutazione dei progetti e controllo del DMV o DE. Attualmente le competenze sono in capo ad ARPA e a diversi Uffici regionali. Un sistema dal punto di vista dell’efficacia risulta essere dissipativo
    d) verificare la conformità della derivazione alle Linee guida per le valutazioni ambientali ex ante delle derivazioni idriche, approvate con D.D. n. 29/STA del 13.02.2017, in particolare alle tabelle 11 e 13 dell’allegato 1 del medesimo D.D. ed alle Linee guida per l’aggiornamento dei metodi di determinazione del deflusso minimo vitale, approvate con il D.D. n. 30/STA del 13.02.2017
  6. Lo sviluppo sostenibile e la creazione di lavoro, il green deal per le aree interne che desideriamo non può avvenire a spese della contrazione e degrado delle risorse naturali (che poi sarebbe un ossimoro). Questo modello di sviluppo lo abbiamo già visto. Vanno aiutati i comuni che preservano le risorse, come valore in se, i servizi ecosistemici a godimento di tutti, la cura dell’ambiente e della comunità.
Modifica della legge regionale sulla promozione della rete di percorsi in mountain bike

Modifica della legge regionale sulla promozione della rete di percorsi in mountain bike

 Con lo stralcio N.92-02 “Modifica della legge regionale 21/2016 concernente interventi per la promozione della rete dei percorsi in mountain bike” la Regione intende promuovere il territorio e incentivare l’afflusso turistico ponendo attenzione ad un particolare tipo di utenza che è quella dei mountain bikers.

Si tratta di una occasione per mettere ordine in un settore delle biciclette da fuori strada assai controverso che, alla luce del notevole seguito che sta incontrando e della supposta natura ecologica del mezzo, mette però in luce una serie di problemi proprio legati alla sostenibilità economica ed ambientale di tale pratica nelle aree alpine e prealpine della nostra regione.

Non è possibile oggi inoltrarsi in un sentiero turistico senza notare gli innumerevoli danni causato dal passaggio dei mountain bikers con lo scalzamento dei sentieri lastricati, incisioni del terreno ed innesto di fenomeni di erosione, distruzione della sottile e fragile cotica erbosa che generalmente non si ricrea o non si ricrea in tempi brevi. Quasi sempre il fondo di sentieri non è in grado di sopportare il passaggio di mezzi meccanici con ruote. I gradini in pietra vengono smossi facilmente da cicli o motocicli in frenata e quello che non fa il mezzo lo completa l’erosione ad ogni temporale.

Un aspetto trascurato è anche l'impatto su flora e micro fauna. Le mountain bike possono avere copertoni di larghezza simile a quella delle moto. Il loro passaggio, specie a velocità sostenuta, mette in pericolo flora protetta, funghi, piccoli animali quali specie anche rare di anfibi, che nascono e passano le prime settimane di vita nelle pozzanghere che si formano in primavera e all'inizio dell'estate lungo le strade forestali di montagna. Porsi l'obiettivo della tutela della fauna e della flora viene contraddetto dal fatto di non tenere conto delle conseguenze che si possono avere favorendo certe attività.

Quello che non ha fatto l’abbandono quindi lo facciamo noi ora in maniera deliberata. Poca coscienza del danno che viene creato e praticamente nessuno che sorvegli o che istruisca sui comportamenti da tenere. Quante infrazioni vengono oggi contestate rispetto alle violazioni effettuate? Percentuale più che risibile immaginiamo e tale da mettere in assoluta sicurezza chiunque intende ignorare deliberatamente leggi e regolamenti.

Abbiamo un territorio di una bellezza struggente, costruito a mano e con molto sacrificio dai nostri antenati, sentieri e passaggi importanti per conoscere le nostre origini e la nostra storia, storia dalla quale dobbiamo partire per ogni ragionamento che preveda lo sviluppo di queste zone, storia di cui dobbiamo avere coscienza e i cui elementi distintivi dobbiamo mettere in sicurezza. Cosa faremo quando i nostri sentieri e la loro storia saranno perduti? Non si potrà certo acquistare da Leroy Merlin qualche metro quadro di camminamenti da giardino!

La buona intenzione di aprire ad una utenza che si annuncia in crescita rischia di far scappare i buoi, locali e non, della devastazione diffusa. Attualmente siamo “beneficiari” di un turismo del fuori strada che proviene da oltre confine, Austria in particolar modo, che vengono da noi a praticare fuori strada che nei loro paesi sono vietate!

All'interno del Parco Nazionale del Triglav, una delle zone più frequentate da turisti di tutta Europa, vige il divieto di transito su sentieri e mulattiere a mezzi quali biciclette e mountain bike: si può andare solo a piedi con il risultato che i rifugi sono sempre pieni! Questo ci può far capire che più in basso, più a valle, si tengono questo tipo di mezzi meglio è per l'economia turistica montana. Oltretutto si rischia di favorire il "mordi e fuggi" in aggiunta all'interferenza con altre forme di frequentazione e ai danni ambientali.

Chiediamo che venga fatta una giusta distinzione tra il turista che visita il territorio e lo rispetta e coloro che individuano nel nostro fragile territorio collinare e montano un’area di divertimento e di svago senza alcuna sensibilità ambientale e tantomeno una fine turistico. E non parliamo del turista che per essere definito tale deve prenotare almeno una o due notti in una struttura ricettiva. Parliamo del semplice intento di visitare, conoscere e relazionarsi in un territorio diverso da quello in cui normalmente si vive.

Detto dei rischi che l’articolato di legge comporta proprio al contesto turistico per il quale viene proposto, segnaliamo puntualmente che la definizione di "Sentiero" è nel Codice della strada come modificato dal D.Lgs 30 aprile 1992, n. 285 che all'Art.1 comma F-bis recita: "Itinerario ciclopedonale: strada locale, urbana, extraurbana o vicinale, destinata prevalentemente alla percorrenza pedonale e ciclabile e caratterizzata da una sicurezza intrinseca a tutela dell'utenza debole della strada."

In questo senso l'Art. 69 ter punto 1 pare non essere congruo. Non c’è una rispondenza con la "… sicurezza intrinseca a tutela dell'utenza debole." Un sentiero non è mai sicuro per un ciclista, può diventare molto insicuro per un pedone se percorso da ciclisti. Pare altresì indeterminata la dicitura "tracciati alpini". Cos'è precisamente un tracciato alpino e dove viene definito?

All’art 69 quater al punto 1 segnaliamo ancora l’indeterminatezza di questa proposta di legge che mette assieme finalità e utenza molto diverse tra loro che, se non sono proprio inconciliabili, sicuramente richiedono una programmazione, infrastrutturazione e servizi molto diversi. Al punto 2 comma b si torna a parlare di sentieri o mulattiere che andrebbero meglio definite per evitare di creare i problemi sopra ricordati. Il Trentino ad esempio ha limitato il passaggio con le biciclette alle sole piste con pendenza moderata (inferiore al 20%), con fondo non facilmente erodibile e sufficientemente ampie da permettere la presenza contemporanea di escursionisti e ciclisti.

All’art 69 quinquies si riconosce alla Conferenza dei servizi la facoltà di mappare i percorsi. Tale funzione sarebbe opportuno fosse ricoperta da un ente tecnico regionale o superiore per valutare caratteristiche quali la pendenza, caratteristica del fondo ed altre caratteristiche tecniche atte a definire il tracciato.

All’art 69 sexies al punto 3 si intende vietare la fruizione a piedi di percorsi in bike park. Come sarà segnalato e come ci si comporterà nelle intersezioni con sentieri o negli incroci con chi passeggia nel bosco? E se chi passeggia incrocia il tracciato in un qualsiasi punto, come fa a sapere che deve allontanarsi non incamminarsi lungo di esso? Pare insomma di difficile soluzione e in grado di aumentare il numero e la gravità dei conflitti già in atto tra i diversi fruitori e le diverse modalità di fruire di un bene comune.

Più sotto al punto 5 si afferma “Resta fermo quanto previsto dalla normativa vigente in merito alla circolazione con l’ausilio di mezzi meccanici sui tracciati alpini e sugli altri sentieri di montagna.” Bene. Sembra chiaro ma è proprio questo il punto che sappiamo non funzionare: le nostre autorità di controllo non hanno né la forza, e forse neanche una priorità, per prevenire o perseguire i comportamenti scorretti. La situazione odierna è già negativamente caratterizzata dalla libertà con cui circolano su percorsi a loro interdetti moto da cross, da enduro e da trial che hanno creato addirittura piste di allenamento trasformando i sentieri montani: senza un serio cambio di rotta per prevenire e colpire questi abusi (inasprendo sanzioni, aumentando coordinamento nei controlli, prevedendo sequestro dei mezzi a motore) non ha senso "aprire" ad altri mezzi nuovi percorsi.

Vale la pena ricordare anche l'interferenza di questa attività sportiva, specie se praticata da gruppi, con le attività zootecniche di alta montagna. Ci vengono segnalate infatti, situazioni di disturbo degli animali al pascolo, che vengono messi in fuga con rischio per la loro integrità e sopravvivenza.

Si potrebbe in fase di discussione della legge o di stesura del regolamento, pensare di dotare i mountain bikers di un patentino in modo che siano edotti sui rischi che derivano all’economia e alla collettività dai facili eccessi della loro pratica sportiva o assegnare risorse alle amministrazioni locali per fare formazione ed informazione di tipo ambientale ai ciclisti in modo da inserire forme di autocontrollo nelle società sportive e nei praticanti in modo che non ci si limiti alla sola formazione sulla tecnica del fuori strada non importa dove e non importa come.

Dalla lettura della proposta di legge emerge un ulteriore aspetto da chiarire. Cos’è una bicicletta? Di che tipo di mezzo meccanico stiamo parlando? E se questa ha un motore? Bisognerà essere molto precisi nella definizione dei mezzi e inserire in maniera esaustiva nel contesto della legge anche i riferimenti ai nuovi mezzi che sono messi sul mercato. Se oggi si intendesse aprire alle bike elettriche i percorsi fuori strada, la stessa possibilità potrà essere chiesta anche per i motocicli essendoci ormai poca differenza tra i 2 mezzi per l’argomento che si sta affrontando. Teniamo presente che una normale bicicletta elettrica oggi in commercio, opportunamente "truccata", supera agevolmente i 100 km/h.

Sui sentieri già si ha riscontro di questo upgrade tecnologico con un aumento in termini quantitativi dei danni arrecati ai sentieri dovuti sicuramente al peso e alla potenza del mezzo elettrico, ma anche dall’aumento dei praticanti e al conseguente aumento dell’imperizia tecnica.

Raccomandiamo quindi meno vaghezza e una buona definizione dei diversi tipi di percorsi (tipologia, pendenza, larghezza, particolari costruttivi, valore degli stessi) ed una altrettanta buona elencazione e definizione dei cosiddetti e non meglio precisati “mezzi meccanici” al fine di fare una legge che vada nella direzione dello sviluppo del territorio e non della sua banalizzazione.

La nostra associazione organizza ogni anno dei campi di volontariato sul territorio regionale ed impegna giovani che provengono da tutta Italia su progettualità riferite in modo particolare al ripristino della viabilità storica. Siamo altresì impegnati su progetti di sviluppo locale legati al rispristino delle forme del paesaggio di cui la sentieristica ed i manufatti legati alla viabilità storica rappresentano uno degli aspetti fondanti. Il CAI fa il suo egregio lavoro nel mantenimento di centinaia di km di sentieristica nella ns. Regione e probabilmente anch’esso non sente la necessità di gratuiti aggravi di impegno.

Biciclette e mountain bike andrebbero ammesse solo su strade forestali, evitando sentieri e mulattiere. Vale anche qui, e forse in misura maggiore, un concetto espresso poco sopra: se la Regione, attraverso il CAI e i Comuni, spende per la cura e la manutenzione dei sentieri non ha senso, con l'altra mano, dare spazio e assegnare risorse a chi questi sentieri e percorsi li rovina.

E proprio su questo versante della manutenzione e della cura del territorio che chiediamo una giusta attenzione dell’amministrazione regionale, anche con la scrittura di questa legge e con il contributo di tutti gli attori coinvolti.

 

Alessandro Ciriani - Presidente circolo Legambiente di Pinzano

Marco Lepre - Presidente circolo Legambiente della Carnia

In Friuli Venezia Giulia due punti “fortemente inquinati” su dieci campionati

In Friuli Venezia Giulia due punti “fortemente inquinati” su dieci campionati

I dati sui rifiuti in spiaggia, l'erosione costiera e le premiazioni “Onde azzurre” e “Onda nera”

Legambiente: “La mancata depurazione si conferma la grande opera incompiuta del nostro Paese e su questo tema non possiamo abbassare la guardia”

Qui la mappa interattiva del monitoraggio, con i punti di campionamento e i risultati delle analisi

 

Dei dieci punti monitorati sulla costa, due risultano oltre i limiti di legge, giudicati “fortemente inquinati”. Nel mirino ci sono sempre canali e foci, i principali veicoli con cui l’inquinamento microbiologico, causato da cattiva depurazione o scarichi illegali, arriva in mare.

È questa in sintesi la fotografia scattata lungo le coste del Friuli Venezia Giulia da un team di tecnici e volontari di Goletta Verde, la storica campagna di Legambiente dedicata al monitoraggio ed all’informazione sullo stato di salute delle coste e delle acque italiane. A parlarne, nel corso di una conferenza stampa tenuta stamane a Trieste, sono stati Andrea Minutolo, responsabile scientifico nazionale di Legambiente, Sandro Cargnelutti, presidente di Legambiente Friuli Venezia Giulia e Andrea Wehrenfennig, presidente del circolo di Legambiente “Verdeazzurro” di Trieste.

Per la prima volta quest'anno la campagna ambientalista non segue il classico itinerario coast to coast a bordo dell'imbarcazione, che si prende una piccola pausa nel rispetto delle restrizioni per il distanziamento fisico imposte dalla pandemia. Il viaggio ideale lungo la Penisola vive infatti di una formula inedita, che ugualmente punta a non abbassare la guardia sulla qualità delle acque e sugli abusi che minacciano le coste italiane.

La 34esima edizione di Goletta Verde vede come partner principali CONOU, Consorzio Nazionale per la Gestione, Raccolta e Trattamento degli Oli Minerali Usati, e Novamont, azienda leader a livello internazionale nel settore delle bioplastiche e dei biochemicals. Partner sostenitore è invece Ricrea, Consorzio nazionale per il riciclo e il recupero degli imballaggi in acciaio. La campagna 2020 è inoltre realizzata con il contributo di Fastweb. Media partner è la Nuova Ecologia.

 

Il dettaglio delle analisi di Goletta Verde

È bene ricordare che il monitoraggio di Legambiente non vuole sostituirsi ai controlli ufficiali, ma punta a scovare le criticità ancora presenti nei sistemi depurativi per porre rimedio all’inquinamento dei nostri mari, prendendo prevalentemente in considerazione i punti scelti in base al “maggior rischio” presunto di inquinamento, individuati dalle segnalazioni dei circoli di Legambiente e degli stessi cittadini attraverso il servizio SOS Goletta. Foci di fiumi e torrenti, scarichi e piccoli canali che spesso troviamo sulle nostre spiagge rappresentano i veicoli principali di contaminazione batterica dovuta alla insufficiente depurazione dei reflui urbani o agli scarichi illegali che, attraverso i corsi d’acqua, arrivano in mare. Il monitoraggio delle acque in Friuli Venezia Giulia è stato eseguito lo scorso 30 giugno dai volontari dell'associazione.

I parametri indagati sono microbiologici (Enterococchi intestinali, Escherichia coli) e vengono considerati come “inquinati” i campioni in cui almeno uno dei due parametri supera il valore limite previsto dalla normativa sulle acque di balneazione vigente in Italia (Dlgs 116/2008 e decreto attuativo del 30 marzo 2010) e “fortemente inquinati” quelli in cui i limiti vengono superati per più del doppio del valore normativo.

In Friuli Venezia Giulia sono stati tre i punti campionati in provincia di Trieste, È risultato “fortemente inquinato” il punto sulla foce del Rio Canale Fugnan, tra via Battisti e largo Caduti della Libertà a Muggia. Entro i limiti i punti sulla spiaggia nei pressi di viale Miramare in località Barcola a Trieste, e sulla spiaggia di Sistiana a Duino Aurisina.

In provincia di Gorizia tutto nella norma nei tre punti analizzati: la spiaggia libera di Marina Julia a Monfalcone, la sponda destra del fiume Isonzo – Caneo in località Fossalon a Grado, e la spiaggia in località Città Giardino, sempre a Grado.

Quattro i punti in provincia di Udine, di cui uno giudicato “fortemente inquinato”, sulla foce del fiume Stella a Precenicco. Entro i limiti i tre punti campionati nel territorio comunale di Lignano Sabbiadoro, rispettivamente nei pressi dello scarico del depuratore, su spiaggia vicino il lungomare Trieste e sulla foce del Tagliamento.

“La situazione delle acque costiere, tutto sommato discreta, non deve farci abbassare la guardia – ha dichiarato Sandro Cargnelutti, Presidente di Legambiente FVG – il grave inquinamento riscontrato alle foci dello Stella è sintomo di una rete di depurazione largamente incompleta della Bassa friulana, che è necessario realizzare con la massima priorità. Inoltre, come si è potuto riscontrare nel corso del Clean Beach Tour con Piero Pelù al Lido di Staranzano, le nostre coste continuano ad essere invase da rifiuti, soprattutto plastiche di ogni tipo; istituzioni, imprese e cittadini devono fare la propria parte, senza ostacolare la messa al bando delle plastiche monouso che, come dimostrano i dati del beach litter, sono una costante presenza invasiva delle nostre spiagge”.

“Un tema di estrema rilevanza – ha evidenziato Cargnelutti nel corso dell'incontro con la stampa – è rappresentato dal dibattito sulla riconversione della centrale a carbone di Monfalcone: come testimoniato dal flash mob contro la trasformazione a gas naturale dell’impianto, Legambiente ritiene che questa sia la strada sbagliata e in controtendenza rispetto alle abusate dichiarazioni di avviare una rapida de carbonizzazione della produzione elettrica e, nel contempo chiede il ripristino del tavolo regionale, creato dalla precedente amministrazione regionale e poi abbandonato, per affrontare una riconversione all’insegna della sostenibilità ambientale”.

"La mancata depurazione si conferma la grande opera incompiuta del nostro Paese e su questo tema non possiamo abbassare la guardia – ha affermato Andrea Minutolo, responsabile scientifico nazionale di Legambiente – infatti, secondo i dati Istat, poco più del 44% dei Comuni italiani è dotato di impianti di depurazione adeguati agli standard Ue. Una percentuale troppo bassa che, non a caso, ci costa decine di milioni di euro all'anno per far fronte alle multe commiate al nostro Paese a seguito delle procedure di infrazione rilevate dall'Europa per la cronica maladepurazione nella penisola che non riusciamo a sconfiggere".

"La situazione cronica rilevata a Muggia, che da anni denunciamo con la Goletta Verde, è l'esempio di come nonostante gli sforzi fatti dall'amministrazione e dal gestore del servizio idrico integrato negli ultimi anni, qualcosa ancora sfugge al collettamento e per questo chiediamo un ulteriore sforzo per risolvere definitivamente questa criticità", ha concluso Minutolo.

 Comune  Prov  Località  Punto di campionamento  Risultato 2020
 Muggia  TS  Rio Canale Fugnan  Foce canale via Battisti incrocio largo Caduti per la libertà  Fortemente inquinato
 Trieste  TS  Barcola  Spiaggia presso viale Miramare, tra i due pennelli di massi  Entro i limiti
 Duino Aurisina  TS  Sistiana Castelreggio  Spiaggia di Sistiana a sinistra del porto turistico  Entro i limiti
 Monfalcone  GO  Marina Julia Spiaggia libera presso parco giochi / via delle Giarrette   Entro i limiti
 Grado  GO  Fossalon Sponda destra fiume Isonzo - Caneo   Entro i limiti
 Grado  GO  Città Giardino  Spiaggia, presso viale del Sole, ingresso davanti al n. 43  Entro i limiti
 Precenicco  UD    Foce del fiume Stella Fortemente inquinato
Lignano Sabbiadoro UD   Pressi dello scarico del depuratore (laguna) Entro i limiti
Lignano Sabbiadoro UD   Spiaggia, presso lungomare Trieste incrocio via Gorizia Entro i limiti
Lignano Sabbiadoro UD   Foce del fiume Tagliamento Entro i limiti

 

 

Il monitoraggio scientifico

I prelievi e le analisi di Goletta Verde vengono eseguiti da tecnici e volontari di Legambiente. L'ufficio scientifico dell'associazione si è occupato della loro formazione e del loro coordinamento, individuando laboratori certificati sul territorio. I campioni per le analisi microbiologiche sono prelevati in barattoli sterili e conservati in frigorifero, fino al momento dell’analisi, che avviene lo stesso giorno di campionamento o comunque entro le 24 ore dal prelievo. I parametri indagati sono microbiologici (enterococchi intestinali, escherichia coli). Il numero dei campionamenti effettuati viene definito in proporzione ai Km di costa di ogni regione.

LEGENDA
Facendo riferimento ai valori limite previsti dalla normativa sulle acque di balneazione vigente in Italia (Dlgs 116/2008 e decreto attuativo del 30 marzo 2010) i giudizi si esprimono sulla base dello schema seguente:
INQUINATO = Enterococchi intestinali >200 UFC/100 ml e/o Escherichia Coli >500 UFC/100ml.
FORTEMENTE INQUINATO = Enterococchi intestinali >400 UFC/100 ml e/o Escherichia Coli >1000 UFC/100ml.

Permangono le criticità sulla cartellonistica informativa rivolta ai cittadini che, nonostante sia obbligatoria ormai da anni per i Comuni, non viene ancora rispettata. Indicazioni che hanno la funzione di divulgare al pubblico la classe di qualità del mare e i dati delle ultime analisi. Il cartello informativo sulla qualità delle acque, obbligatorio per legge, è assente su 2 delle 5 spiagge monitorate in Friuli Venezia Giulia, mentre il cartello che indica il divieto di balneazione è assente in 4 delle 5 foci monitorate in regione.

Anche per l’edizione 2020 il CONOU, Consorzio Nazionale per la Gestione, Raccolta e Trattamento degli Oli Minerali Usati, affianca, in qualità di partner principale, le campagne estive di Legambiente, Goletta Verde e di Goletta dei Laghi. Nel 2019 il CONOU ha provveduto in Friuli Venezia Giulia alla raccolta di 4.869 tonnellate di olio lubrificante usato, un dato in crescita rispetto all'anno precedente quando il totale raccolto è stato pari a 4.729 tonnellate. L'olio minerale usato è un rifiuto pericoloso che, se smaltito impropriamente, può determinare gravi effetti inquinanti. Se gestito e rigenerato correttamente, può divenire una risorsa preziosa che torna a nuova vita sotto forma di basi lubrificanti.

“Preservare l’integrità degli ecosistemi acquatici è un obiettivo centrale per il CONOU, impegnato da 36 anni ad evitare che un rifiuto pericoloso come l'olio lubrificante usato possa danneggiare i nostri mari e laghi. Basti pensare che, dall’inizio della sua attività, il Consorzio ha salvato dall’inquinamento una superficie grande due volte il mar Mediterraneo”, afferma Paolo Tomasi, Presidente del CONOU.

 

I rifiuti sulle spiagge in Friuli Venezia Giulia

I volontari e le volontarie di Legambiente hanno inoltre monitorato la presenza di rifiuti su due spiagge della regione: Canovelle de' Zoppoli, a Duino Aurisina (Trieste) e Lido di Staranzano, nell'omonima località in provincia di Gorizia.

Sono stati raccolti 1008 rifiuti su un'area totale di 1900 mq, con una media di 504 rifiuti ogni cento metri lineari di spiaggia. La plastica è di gran lunga il materiale più frequente, pari al 94,7% del totale dei rifiuti rinvenuti, seguita da vetro/ceramica (1,2%), metallo (1,1%) e carta/cartone (1%). Circa due terzi del materiale raccolto (il 66,8%) è rappresentato dalle seguenti categorie: pezzi di polistirolo (29,2% del totale), pezzi di plastica (22,8%), reti, calze o sacchi per mitili o ostriche (14,8%).

“Come già riscontrato nei censimenti degli anni precedenti, è sempre consistente, soprattutto sulla spiaggia di Canovella, la presenza di frammenti di reti per l'allevamento dei mitili (calze), provenienti dai numerosi impianti di mitilicoltura lungo la costa. Quest'anno però prevalgono in numero i frammenti di polistirolo e plastica, anch'essi in gran parte provenienti dalle attività di pesca. Per incidere seriamente sul problema dei rifiuti provenienti da pesca e acquacoltura siamo in attesa di un'apposita normativa nazionale, che coinvolga i pescatori nella prevenzione e pulizia del mare”, ha evidenziato Cargnelutti.

 

I riconoscimenti “Onde azzurre” e “Onda nera” di Legambiente FVG

Nel corso della conferenza stampa di stamane a Trieste, Legambiente Friuli Venezia Giulia ha premiato con le “Onde azzurre” tre buone pratiche del territorio costiero in regione, a sostegno e incentivo alla difficile ripresa del comparto del turismo sostenibile nel corso della pandemia da Covid. Al tempo stesso è stata riconosciuta anche una “Onda nera” come pratica negativa sul territorio costiero in Friuli Venezia Giulia.

ONDE AZZURRE

Bilancia di Bepi | Palazzolo dello Stella (Udine)
La Bilancia di Bepi è una storica palafitta sul fiume Stella, situata all’interno della Riserva naturale della Laguna di Marano e Grado, in un contesto naturalistico di rara bellezza, in cui si può vedere in azione il “bilancione”: una grande rete appesa ai quattro angoli, azionata da un motore elettrico, dove Daniele Ciprian pesca il pesce che poi cucina per gli ospiti o rivende. Quelli troppo piccoli vengono gettati di nuovo in acqua. L’attività di pesca professionale fa propria tradizione e turismo sostenibile e fa conoscere ai turisti la bellezza e la biodiversità della flora e della fauna nella Riserva Naturale Foci della Stella. La zona è ricca di avifauna e, soprattutto nel periodo delle migrazioni, offre la possibilità di fare birdwatching e noleggiare kayak, canoe o biciclette con cui inoltrarsi in laguna.

Istituto nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale (OGS) | Borgo Grotta Gigante, Sgonico (Trieste)
Negli ultimi anni alla ricerca scientifica dell'INOGS si è aggiunta l'attività di comunicazione, divulgazione e sensibilizzazione delle scuole e dell'opinione pubblica, orientata a far comprendere l'importanza del mare come fonte di risorse e servizi ecosistemici che permettono all'uomo e alle specie animali e vegetali l'esistenza sulla Terra. L'istituto, grazie alla ricerca scientifica sugli effetti del cambiamento climatico e la valutazione dell'impatto delle attività umane (tra cui la navigazione, la pesca e l'itticoltura) sugli ecosistemi marini, permette di capire meglio il ruolo decisivo del mare per il futuro dell'umanità e della Terra e la necessità di tutelarlo dalle gravi minacce che incombono, come l'inquinamento da plastiche e da rifiuti, l'innalzamento del livello del mare, la crescente introduzione di specie aliene, il sovra-sfruttamento delle risorse ittiche.

Bau Beach | Lignano Sabbiadoro (Udine)
Da oltre 10 anni, Sandra Mazzacan e Francesco Mastroianni si occupano del tratto di spiaggia libera di Punta Faro che si estende da Lignano a Marano e che durante l’estate diventa la famosa “Bau beach”. Gestiscono, a titolo completamente gratuito, questo tratto di spiaggia trasformandolo in un piccolo paradiso per i bagnanti amanti degli amici a quattro zampe. L'accesso all'arenile è gratuito e vengono messe a disposizione delle persone che desiderano portare il proprio cane al mare ombrelloni ed attrezzature. In tutti questi anni, Sandra e Francesco si sono impegnati con amore e con passione per tenere pulito, in ordine ed attrezzato questo tratto incantevole di litorale.

ONDA NERA

Camera di Commercio Venezia Giulia
L'onda nera alla Camera di Commercio Venezia Giulia è stata assegnata per l'accanimento terapeutico nel promuovere e mantenere in vita un progetto irrealizzabile, superato e inaccettabile dal punto di vista ambientale, urbanistico, culturale, finanziario e sociale: il cosiddetto “Parco del mare”, furbesca denominazione di un mega-acquario da un milione di visitatori, in un'area urbana sul mare incompatibile e vincolata, senza un progetto visibile e un confronto con l'opinione pubblica, per di più congelando a questo scopo il “tesoretto” di 8 milioni di euro, accumulato durante anni di continui rinvii, di cui gli operatori economici e gli artigiani hanno estremo bisogno di fronte alla crisi post-covid.

 

 

Lo stato dell'erosione costiera in Friuli Venezia Giulia

Le zone litoranee di Grado e Lignano Sabbiadoro sono le principali spiagge della regione e presentano entrambe problematiche di erosione e arretramento di parte della linea di costa.

La pubblicazione sullo “Stato dei litorali italiani” edita dal Gruppo Nazionale di Ricerca sull’Ambito Costiero (GNRAC) nel 2006, evidenziò già allora un'erosione accentuata per almeno 10 km di litorale in regione, pari al 13% delle spiagge basse sabbiose. Nel corso di poco più di un decennio il fenomeno erosivo risulta incrementato di circa il 10% e questo nonostante i diversi interventi di protezione e ripascimento messi in atto.

La cause sono diverse e partono da lontano: la grande urbanizzazione collegata allo sviluppo turistico balneare ha portato alla distruzione degli apparati dunali un tempo presenti e del correlato equilibrio con la spiaggia emersa-sommersa. Con le numerose opere di difesa artificiali (parallele e trasversali) sorte negli ultimi 80 anni, sia per contenere l’erosione che per garantire l’officiosità dei porti-canale, si è cercato di porre rimedio ad un sistema sempre più fuori controllo.

Nel 2018 sono state pubblicate le “Linee Guida per la Difesa della Costa dai fenomeni di Erosione e dagli effetti dei Cambiamenti climatici. Versione 2018 – Documento elaborato dal Tavolo Nazionale sull'Erosione Costiera MATTM-Regioni con il coordinamento tecnico di ISPRA”.

Purtroppo i dati sullo stato di salute del litorale della regione Friuli Venezia Giulia non sono stati ufficializzati dalla Regione al Ministero e quindi non vi sono dati ufficiali aggiornati, come risulta dalla cartina di sintesi qui riportata, da dove si evince che Friuli Venezia Giulia e Sicilia sono le uniche due regioni marittime che non hanno aggiornato i loro dati sullo stato erosivo della costa.

L'elaborazione dati è a cura del dottor Diego Paltrinieri di Corema Spiagge Srl.

 

 

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Visita di studio all'impianto di separazione dei materiali da raccolta differenziata gestito dalla Coop. Idealservice

Visita di studio all'impianto di separazione dei materiali da raccolta differenziata gestito dalla Coop. Idealservice

Il Circolo Legambiente di Udine, in collaborazione con A&T2000 e il Consiglio di Quartiere 2 di Udine, organizza per sabato 18 luglio una visita di studio all'impianto di separazione dei materiali da raccolta differenziata gestito dalla coop. Idealservice.

Questo il programma:

  • alle ore 13:30 ritrovo presso la sede del Circolo in Via Brescia 3 - Rizzi - raggiungibile anche con l'autobus n. 2;
  • alle ore 14:00 arrivo e visita dell'impianto a Rive d'Arcano in loc. Arcano Superiore (a fianco canile; dopo Fagagna, prendere la strada provinciale per Majano, al 5° incrocio girare a SX). (si può arrivare anche direttamento sul posto, via Camin n. 12 )

Per una buona riuscita dell'iniziativa i partecipanti saranno divisi in 2 gruppi con numero limite di 15 persone ciascuno in ordine di prenotazione; in conformità alle prescrizioni del DPCM del 9 Marzo 2020, sarà rispettati il distanziamenti minimo di un metro tra i partecipanti .

Riteniamo utile far conoscere il percorso dei materiali separati dai cittadini e le criticità per una migliore selezione. Il circolo del cigno verde udinese ripropone l'iniziativa rivolta a soci e simpatizzanti; si caldeggia anche le visite di scolaresche a tale impianto come forma educativa sul tema del riciclo dei rifiuti, destinazione finale e riuso degli stessi.

Il riciclo significa risparmio energetico, recupero di materiale e permette di ridurre le attività estrattive di materie prime che richiede un elevato consumo in termini energetici.

È richiesto un contributo minimo di partecipazione: Adulti £ 3, Ragazzi (sotto 18 anni), soci Legambiente ,studenti e disoccupati £2.

Per informazione e prenotazione, email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e/o chiamare al tel. 0432 402934 o Cell. 389 8066350

Ecoblitz di Legambiente alla centrale a carbone di Monfalcone

Ecoblitz di Legambiente alla centrale a carbone di Monfalcone

Legambiente FVG: “La Regione riattivi immediatamente il tavolo tecnico-scientifico con l'obiettivo di creare un piano per una svolta reale e sostenibile dell'intera area”

“Stop carbone, no gas – 100% rinnovabili” è il messaggio lanciato da attivisti e attiviste di Legambiente Friuli Venezia Giulia e dal circolo di Legambiente “Ignazio Zanutto” di Monfalcone (Gorizia), che stamane hanno effettuato un ecoblitz nei pressi della centrale a carbone, in occasione della prima tappa della Goletta Verde 2020.

La centrale termoelettrica di Monfalcone, entrata in esercizio in un ambito cittadino più di 50 anni fa, sorge lungo la sponda orientale del Canale Valentinis su una superficie di circa 30 ettari. Un luogo che oggi rischia di perdere una grande occasione di rilancio. Infatti con il phase out del carbone, il tavolo tecnico del ministero dello Sviluppo economico ha stabilito di riconvertire la centrale a carbone in una centrale a gas. Ancora risorse fossili, invece di pensare a un rilancio del territorio, approfittando anche delle risorse economiche europee dedicate proprio alle aree di transizione energetica.

Fin dal 2012 Legambiente è impegnata a denunciare i ritardi nell'avviamento alla conversione dell'impianto e, contestualmente, a proporre soluzioni per un rilancio green dell’area, una volta bonificata. Nel corso degli anni l'associazione ha formulato numerose proposte, caratterizzate dalla sostenibilità in termini ambientali e contemporaneamente economici, soprattutto a tutela dei dipendenti della centrale e dell'indotto occupazionale.

Più di due anni fa fu istituito un tavolo tecnico dal precedente governo regionale, con l'obiettivo di individuare un piano per attivare la bonifica dell'area, la creazione di progettualità economicamente ed ecologicamente sostenibili e un realistico progetto di ristrutturazione industriale. Oggi quel gruppo di lavoro è stato smantellato dall'attuale governo della regione: “Per Legambiente è assolutamente necessario che il tavolo tecnico-scientifico venga ricostituito, garantendo il protagonismo anche delle organizzazioni della società civile, per definire un Piano territoriale di riconversione industriale innovativo che non preveda l'uso di fossili e si ispiri a un reale green new deal”, ha affermato Michele Tonzar della segreteria di Legambiente Friuli Venezia Giulia nel corso dell'ecoblitz.

La crisi climatica richiede l'assoluta urgenza di andare verso una decarbonizzazione adottando soluzioni credibili per ridurre l’emissione di CO2, eliminando completamente l’utilizzo dei combustibili fossili, gas fossile compreso. In una visione orientata verso una completa decarbonizzazione entro il 2050, è infatti essenziale dare risposte alla transizione energetica senza ricorrere a nuovi impianti a gas e garantendo un ruolo sempre maggiore alle fonti rinnovabili.

Invece in Italia la crescita dell’energia pulita continua a crescere troppo lentamente con una media di installazioni all’anno, dal 2015 ad oggi, di appena 459 MW di solare e 390 di eolico, e a ritmi inadeguati rispetto a quanto la Penisola potrebbe e dovrebbe fare per rispettare gli impegni nella lotta ai cambiamenti climatici; continuando con questo ritmo, gli obiettivi fissati al 2030 dal Piano energia e clima verrebbero raggiungi con 20 anni di ritardo.

Anche nel 2019 si conferma una crescita positiva ma troppo lenta con 750 MW di solare fotovoltaico (272 MW in più rispetto a quanto installato nel 2018) e 450 MW di eolico (112 MW in meno rispetto al 2018) installati. La produzione da rinnovabili è stata pari a 114 miliardi di TWh a fronte di una domanda elettrica nazionale di 326 TWh. Il contributo delle fonti pulite rispetto ai consumi elettrici è passato dal 15 al 36% e in quelli complessivi dal 7 al 19%. La crescita maggiore è avvenuta nel solare fotovoltaico e nell’eolico, che secondo i dati di Terna nel 2019 hanno soddisfatto rispettivamente il 7,6% e il 6,2% dei consumi elettrici nazionali.

Per questo, per Legambiente, i prossimi dieci anni saranno cruciali al fine di moltiplicare questi numeri e raggiungere almeno 80-100 TWh di produzione rinnovabile al 2030, mentre in parallelo si dovranno ridurre i consumi attraverso l’efficienza, per arrivare a costruire un sistema che possa progressivamente fare a meno delle fonti fossili.

Per raggiungere tali obiettivi è necessario operare in primis in termini di semplificazione delle procedure di autorizzazione per gli impianti da fonti rinnovabili di piccola taglia e l’introduzione di nuove linee guida per accelerare i progetti di grandi dimensioni in tutte le regioni; recepire la Direttiva europea sulle comunità energetiche e lo sblocco dei progetti fino a 200 kW con l’introduzione di un fondo per l’accesso al credito a tassi agevolati; promuovere progetti di agrivoltaico, attraverso regole per l’integrazione del fotovoltaico in agricoltura e incentivi per gli agricoltori nell’ambito della PAC; eliminare i sussidi alle fonti fossili e la revisione della tassazione energetica sulla base delle emissioni.

Tornando alla centrale termoelettrica di Monfalcone, oltre alla bonifica del sito (che dovrebbe essere correlata in termini di investimento e risanamento alla messa in campo di iniziative sul porto) sono numerose le proposte di Legambiente sull'area, di proprietà del gruppo A2A.

In luogo della centrale a gas che condannerebbe il territorio all'uso delle fonti fossili per i prossimi 20 anni, per rispondere alle esigenze produttive di energia elettrica, la proposta è di realizzare un sistema ibrido fotovoltaico più accumuli, in grado di dare le risposte di produzione, sicurezza e flessibilità alla rete. Come si sta già facendo in altri Paesi del mondo, e tenendo presente anche il potenziale di accumuli idroelettrici, che oggi in Italia sotto sottoutilizzati.

Si tratta di un'opera che andrebbe accompagnata da un'attenta riqualificazione del territorio, valorizzandone le qualità e creando nuove opportunità occupazionali.

Sarebbe infatti necessaria la riqualificazione a verde urbano di un'ampia zona – un vero e proprio masterplan di rinnovamento – tra la zona abitata del Rione Enel e le nuove attività da insediare.

“Sulle energie rinnovabili proponiamo la realizzazione di un parco fotovoltaico che arrivi almeno a una superficie di circa 3 ettari – afferma Tonzar – c'è poi la questione legata ai sistemi di accumulo: dalla centrale partono linee di trasporto di energia elettrica ad alta tensione con una potenza di circa 1000MW, elemento molto attrattivo al fine di creare un impianto di accumulo dell’energia, sulla base delle sperimentazioni effettuate da Terna. Si tratterebbe di sistemi di accumulo già realizzati in diversi Paesi europei ed anche in Italia (fonte: Terna).

I sistemi di accumulo di rete si potrebbero realizzare anche sperimentando tecnologie elettrochimiche innovative e strategie di economia circolare, come il riutilizzo di batterie dei veicoli elettrici, non più idonee per l’alimentazione delle autovetture ma con capacità residua idonea per l’accumulo stazionario.

Nell'area si potrebbe inoltre realizzare di un centro di raccolta e trattamento dei RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche). La gestione del “fine vita” di questi rifiuti particolari prevede la possibilità di realizzare impianti con caratteristiche complementari e in successione tra loro, incentivando ad esempio iniziative di recupero e rivendita di elettrodomestici, che invece di essere avviati alle costose operazioni di smaltimento, saranno inserite in un nuovo ciclo di vita (https://www.ri-generation.com/it/).

Infine, una parte non secondaria può essere rappresentata da una progettualità legata allo sviluppo del porto. L'area infatti possiede una banchina con circa 8 metri di pescaggio che A2A gestisce in concessione autonomamente per l'attracco delle chiatte con il carbone. Ci sono inoltre ampie aree retrobanchina.

La banchina costituisce un naturale prolungamento di quella adiacente del porto, destinata originariamente al cabotaggio, potendo consentire quindi più alternative quali quella del potenziamento del terminal autovetture con l'import/export di autovetture dalla Germania, destinazione Far East, che Monfalcone si è lasciata sfuggire a suo tempo a beneficio di Capodistria, proprio per mancanza di piazzali adeguati. La dotazione di una serie di servizi a contorno (lavaggio, montaggio di alcune parti, ecc) potrebbe garantire un'interessante opportunità occupazionale.

 

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